Rileggendo L’infinito, si arriva a un punto in cui una nota in più può sembrare di troppo. La poesia di Leopardi affida molto alle pause, ai passaggi da ciò che si vede a ciò che si immagina. Metterla in musica significa prima di tutto accorgersi di quegli spazi.
Seguire il respiro dei versi
La misura dell’endecasillabo dà al testo un passo riconoscibile, ma non obbliga la melodia a segnare ogni accento come un metronomo. Si può partire dal ritmo della voce, ascoltando dove il verso si distende e dove invece chiede una pausa. Così la musica accompagna la lettura, senza trasformare ogni parola in una nota da sottolineare.
Lasciare intatto il silenzio
Nella celebre siepe c’è un limite visivo che apre un’immagine sconfinata. Un arrangiamento troppo fitto rischierebbe di raccontare al posto del testo ciò che il testo lascia intuire. Meglio pochi elementi, con spazio tra le frasi e una voce che resti vicina alla parola.
Una scelta di ascolto
La frequenza di 432 Hz può essere una scelta di accordatura per questo ascolto raccolto, non una promessa di effetti speciali o una spiegazione del potere della poesia. Ci interessa come cornice sonora: discreta, al servizio del testo. Quando la musica finisce, il verso dovrebbe poter restare nella memoria da solo.
